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Presentazione
"Scrivere poesie non è difficile; è difficile viverle."
(Charles Bukovski)
La poesia è la trasposizione scritta di ciò che un
uomo sente e vive. E’ l’autore ad essere la
proiezione del suo “sentire”, quindi la proiezione
della sua opera. Dal momento in cui si decide di
prendere in mano una penna, si ha la facoltà di
“raccontare” qualcosa; ciò che , però, è realmente
impegnativo è avere la capacità e soprattutto il
coraggio di “raccontarsi”, cioè di mettere a nudo
sensazioni e paure, tutto ciò che dal punto di vista
emozionale cresce e matura, a prescindere dalla sua
sostanza, positiva o negativa che sia. Detto questo,
la mia intenzione non è assolutamente quella di
sminuire gli “argomenti leggeri” ma al contrario di
valorizzare colui che sto per presentarvi: un autore e
quello che ha creato. In un percorso che va da una
prima raccolta di poesie, “La porta dell’anima”
(Rubettino 2002), ad un’ulteriore pubblicazione,
“L’Araba Fenice” (Kimerik 2006), fino alla prima
opera di narrativa “Carne Cruda” (Libreriadileo.com
2007) ed all’ultima raccolta poetica, “Dimenticanze”
(Libreriadileo.com 2008), l’autore, Giuseppe Nicola
Di Leo, chiama in causa se stesso ed il suo vissuto.
Leggendo queste opere non si può non notare
quanto significativa sia la presenza dei ricordi, legati
a luoghi, persone e sensazioni; ricordi ai quali
l’autore si dimostra riconoscente, nonostante molti
di questi siano spiacevoli; egli se ne prende carico e
sembra quasi volerli rammentare a se stesso.
L’autore non parla delle sue esperienze con il
distacco di chi è severo nei confronti delle proprie
azioni, ma con la consapevolezza che queste
costituiscono il “bagaglio” più importante, dal
ricordo più amaro alla grande conquista personale.
In effetti, traspare leggendo, una visione molto
serena del proprio passato e di conseguenza, del
proprio presente. Le persone amate, i luoghi, i
giochi, gli odori e i sapori sono rievocati con una
semplicità quasi ingenua sia nel contenuto che nella
forma; E’ infatti questa l’ottica in cui chi legge è
portato ad immaginare le varie situazioni,
esattamente come se fossero “normali”, dal
momento che a chiunque è capitato di pensare ad
un gioco d’infanzia, all’amore, agli affetti perduti,
anche con una certa nostalgia. Forse è proprio
questa sensazione di vicinanza a rendere facile e
naturale la lettura: ciò che leggiamo ci sembra
familiare. Ha ampio spazio il tema dell’amore,
specie nei versi delle raccolte di poesia; l’amore
verso la donna, i figli, gli amici, anche verso il
proprio lavoro e verso se stessi; l’amore platonico e
quello fisico, l’amore certo e quello impossibile,
ciascuno ugualmente intenso e meritevole di
qualche lacrima. L’amore è per l’autore il collante
che unisce una situazione all’altra, è la conseguenza
di azioni giuste e sbagliate, è il motivo per cui si fa
una scelta di vita, è la causa di tante rinunce, è, in
sostanza, il “motore” della vita di un uomo e
l’autore sceglie di parlarne in questo modo.
Numerosi sono i riferimenti ai luoghi cari: le
spiagge, l’odore del mare, che con l’imponente
scogliera di Capo Vaticano fanno da cornice ad un
incontro speciale e tanto desiderato o ad una
riflessione in piena solitudine; i giochi per le strade
di un piccolo paesino o le avventure immaginarie tra
cataste di legna. Le raccolte di poesia sono animate
da questo spirito nostalgico, ma estremamente
sereno. Dall’atmosfera dolce e rassicurante della
poesia, si giunge all’ esperimento di narrativa, il
romanzo “Carne Cruda”, qui l’autore opera una
svolta: viene abbandonata l’innocenza dei ricordi in
favore di un racconto di vita quasi spietato.
L’autore oggi, non fa più mistero del fatto che
questo racconto abbia come primo attore sé stesso e
la sua vita “sul filo del rasoio”. Il giovane
protagonista(Antonio, nel racconto) parte in cerca
di esperienze forti, divertimento e dissolutezza; si
lancia in un ambiente totalmente sconosciuto,
affascinante e dorato, un ambiente che, un po’ come
il paese dei balocchi di Pinocchio, mostra solo in
seguito il suo lato pericoloso. Antonio si lascia
trascinare dagli eventi, permette troppe cose a se
stesso, forse anche per autolesionismo travestito da
curiosità; così il sogno in poco tempo svanisce e
l’illusione di una Milano ammiccante si distrugge
davanti agli occhi di un ragazzo che avendo visto
poco in un paesino di provincia, torna a casa con la
consapevolezza di aver visto troppo.
Lo scontro con la realtà “nuda e cruda” è così forte
da rendere il protagonista inerme e debole, tanto da
lasciare che, in parte, il caso e la sfortuna decidano
al suo posto; ma dopo tante bastonate, più o meno
dolorose, il protagonista riacquista l’amor proprio,
apre gli occhi ad una realtà crudele, che non chiede
il permesso prima di entrare e che, molto spesso,
lascia l’amaro in bocca, quell’amaro difficile da
dimenticare. Resosi conto di quanto stava
accadendo e di quanto sarebbe accaduto se avesse
continuato a cullarsi nella passività, Antonio si
riprende ciò che è suo e torna a casa; in quel paese
che non ha enormi palazzi e grandi strade a tre o
quattro corsie, ma dove, tutto sommato si sta bene
anche seduti su una panchina in piazza, fumando
una sigaretta. L’autore Di Leo sembra voler
riscattare tutte quelle persone che hanno “sporcato”
la loro giovinezza per ingenuità, ricordando che si è
figli delle proprie azioni e che quando si raggiunge
uno scopo, pure se nel piccolo paesino di provincia,
probabilmente spetta il merito alla scuola avuta dai
tanti errori passati, al coraggio e ad un pizzico di
malizia. La citazione di Bukovski che ho adoperato
per questa mia premessa, racchiude in modo
esauriente il nocciolo della questione; vivere una
poesia o un racconto è difficile, facile invece è
scrivere: chiunque può comporre una poesia che
abbia una bella forma, che rispetti certe regole
sintattiche, che sia lineare e fluida quando la si legge,
ma è vero pure che esistono tante poesie “vuote”,
poesie che promuovono il loro aspetto stilistico, il
saper scrivere di un autore pedante e null’altro.
In parole povere, è come far indossare uno
splendido abito da cerimonia ad un uomo poco
elegante nei modi.
Non è quindi necessario usare grandi concetti per
essere compresi emotivamente, basta avere quel
minimo di sensibilità che permette di “sentire” ciò
che si sta scrivendo; lo stesso discorso vale per il
lettore che, spesso stremato da parole tanto grandi
quanto sterili, desidera solo leggere e immedesimarsi
in un racconto, anche se questo è scritto in maniera
semplice e schietta, anzi oserei dire “cruda”.
Buona lettura.
Libreriadileo.com
Nota
dell’autore
L’amore non ha età... disse qualcuno. Chi lo disse,
fu estremamente impreciso: l’amore ha età!
L’amore evolve come evolvono le fasi della vita:
a vent’anni è imperituro, eterno e fiabesco, pulito e
innocente. Poi, verso i trenta, diventa passione,
irruenza, pulsione, trasgressione, tradimento,
prendersi e lasciarsi e poi ancora, talvolta,
rassegnazione.
Con la maturità – se arriva e quando arriva –
inaspettatamente le cose cambiano: si ama, e basta.
Si ama “pour mon plaisir personnel” per il proprio
piacere personale, senza chiedersi, chiedere e
soprattutto aspettarsi nulla.
Con la consapevolezza che si sta amando per amare,
godendosi il tragitto senza pensare alla meta.
Qui smentisco un altro motto dettato dalla sapienza
popolare: “chi nasce tondo non può morir
quadrato”. Anche questo è un luogo comune: chi
nasce tondo deve morire quadrato. Il contrario
significherebbe che la vita non ci ha insegnato nulla.
La vita è una continua evoluzione, questo il motivo
della momentaneità dell’amore, quello che è perfetto
oggi non è detto che sia giusto domani, ma non per
questo vale di meno: è amore.
Non evolversi equivale a non vivere, non si può
vivere senza amare, non si può amare senza vivere.
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